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Casalpalocco, confiscata lussuosa villa a imprenditore

Le Fiamme gialle capitoline hanno confiscato beni per circa 40 milioni di euro ad un uomo considerato attivo in una cosca della ‘ndrangheta

Una lussuosa villa a Casalpalocco, due Ferrari, un centro sportivo con ristorante a Trigoria, due Hummer, appartamenti a Castelporziano, Mentana, Torrino e Vigna Murata. Sono questi alcuni dei beni, per un valore complessivo di 40 milioni di euro, confiscati a Pasquale Capano, imprenditore calabrese di 53 anni da anni residente a Roma. Secondo i militari della Guardia di finanza di Roma hanno portato a termine ‘Hummer 2’, un’importante operazione nei confronti del 53enne, questi sarebbe ritenuto vicino ad una nota cosca della ‘ndrangheta, attiva nell’alto ionio cosentino (clan Muto di Cetraro. I beni confiscati sono ora passati definitivamente allo Stato.
L’attività svolta dal Nucleo di Polizia tributaria rappresenta la conclusione di complesse indagini che, nel mese di dicembre 2013, avevano portato all’arresto dell’imprenditore, della moglie e del genero. Pasquale Capano se ne andava in giro con un passaporto diplomatico e ‘vantava’ rapporti con personaggi di spicco della criminalità romana: dalla banda della Magliana ai Casamonica. L'operazione, condotta dai finanzieri agli ordini del colonnello Gerardo Mastrodomenico e dal Carlo Tomassini, ha permesso di confiscare 62 immobili, tra cui abitazioni e terreni, 14 dei quali a Roma. Allo Stato passeranno anche sei auto di lusso, un aliscafo, un villaggio turistico a San Nicola Arcella, in provincia di Cosenza, quattro società immobiliari, una delle quali con capitale sociale di un milione di euro e conti correnti.
L'uomo, che attualmente è libero, ha già scontato nove mesi di carcere dopo essere stato arrestato insieme alla moglie e al genero nel 2014 a seguito delle indagini svolte nell'anno precedente dal Gico, il nucleo di polizia tributaria. Nel dettaglio, il Tribunale di Roma - Sezione per il riesame dei provvedimenti restrittivi della libertà personale - accogliendo pienamente l’appello proposto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma – ha riconosciuto non solo la sussistenza di gravi indizi nei confronti di Pasquale Capano e dei suoi familiari ma, soprattutto, la sussistenza delle ipotizzate esigenze cautelari. Più in particolare, i giudici del riesame, valorizzando le investigazioni esperite dalle Fiamme Gialle del Gico e condividendo le motivazioni integrative sottolineate dalla Distrettuale Antimafia capitolina, hanno sottolineato “la forza probatoria di un’illuminante lettera, rinvenuta nel computer di Pasquale Capano in pregresse attività di perquisizione”. “Questa missiva, peraltro indirizzata ad altro pregiudicato mafioso, nel ricordare come l’affiliazione ‘ndranghetista costituisca una scelta di vita e non già solo un’opportunità affaristica, ha evidenziato il ruolo criminale preminente del Capano sul destinatario, per poi tenere quella che, in maniera perfetta, è stata definita una vera e propria lezione di “diritto mafioso”. Essere ‘ndranghetisti è una scelta non più revocabile e che crea un vincolo di sangue tra gli associati ineludibile, chiamati sempre ad un mutuo soccorso, anche e soprattutto in ipotesi di (prevedibili) “infortuni giudiziari”.

Autore: Maria Grazia Stella
5 ottobre 2015
da www.ostiatv.it

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